Il Sole 24Ore
6 marzo 2015
Francesco Prisco

 

Nel novembre 2010, all’indomani del crollo della Schola Armatorum, da Parigi arrivarono parole come pietre. A gennaio di due anni fa gli ispettori dell’agenzia culturale delle Nazioni Unite non esitarono a mostrare a Roma il cartellino giallo: o si recupera sulla spesa del Grande progetto e si mettono in sicurezza le 13 domus a rischio o Pompei finisce nella lista dei beni patrimonio dell’umanità «in danger», come fosse un monumento del Medio Oriente esposto alla guerriglia.

Ma in questi cinque anni, nonostante più di 30 crolli accertati, nell’area archeologica vesuviana qualcosa è cambiato: mai l’Unesco aveva tributato all’Italia un’apertura di credito così ampia per la gestione del dossier Pompei come nel report reso noto ieri, frutto della missione compiuta a novembre scorso dalla delegazione guidata dall’inglese Christopher Young. «Ci sono miglioramenti tangibili e significativi nello stato di conservazione» del sito, si legge nel testo di 68 pagine.

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Gli ispettori apprezzano l’arrivo a Pompei di otto nuovi architetti e 23 archeologi, ma sottolineano con preoccupazione che non si tratta di assunzioni definitive. Quanto alle 13 domus della black list, non tutte possono dirsi fuori pericolo.

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