Corriere della Sera 
31 Ottobre 2016
Gian Antonio Stella

 

E rischia di non essere ancora finita. Certo, siamo tutti appesi alla speranza che questo grappolo di terremoti che da mesi devasta l’Appennino abbia finalmente fine. La storia dice che prima o poi dovranno ben esaurirsi, questi scossoni che spezzano la spina dorsale dell’Italia seminando lutti e annientando quei bellissimi borghi antichi che sono la nostra anima. Ultimi fra i tanti Ussita, Castelluccio, Norcia. Dove la basilica di San Benedetto è crollata in una nuvola di polvere.

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Ma, spiega la storica Emanuela Guidoboni, «cluster» di terremoti simili a quello attuale sono stati registrati lungo la schiena della penisola almeno cinque volte: nel 1349, 1456, 1638, 1703 e 1783.

Di più: nelle aree a elevato rischio sismico, che valgono il 50% circa del territorio e il 38% dei comuni, ci sono 6 milioni e 267 mila edifici. Molti bellissimi e costruiti secoli fa, altri decorosi tirati su più recentemente, altri ancora orrendi e ammassati senza alcuna attenzione ai problemi del territorio negli ultimi settant’anni. Ci vivono, complessivamente, 24 milioni e 147 mila persone. Non consapevoli, per usare un eufemismo, dei pericoli che corrono. Dice tutto una ricerca del 2012 di Cresme, Ance e Consiglio nazionale degli architetti: un quarto degli edifici è in condizione mediocre o pessima.

«Sebbene la normativa antisismica per le costruzioni abbia più di trent’anni, solo una minima parte degli edifici realizzati in questo periodo nelle attuali zone ad elevato rischio è stata costruita secondo criteri antisismici». Eppure il 45 per cento delle persone, pur sapendo di vivere in aree a rischio, «ritiene che la sua abitazione sia costruita con criteri antisismici». Anzi, una su tre pensa che basti risanare le strutture ogni 40 anni o 60. Per non dire di chi ritiene bastare una ristrutturazione al secolo. Ciechi.

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