Nonostante cresca la presenza femminile nella professione ostacoli e resistenze ritardano una vera pari opportunità. Bisogna valorizzare le diversità

di Lisa Borinato

 

Nel 1919 per la prima volta le donne venivano ammesse all'esercizio delle libere professioni. È passato quasi un secolo eppure la strada per la piena affermazione lavorativa della donna si dimostra ancora lunga, nonostante l’aumentare dei numeri.


Tra i dieci Consigli nazionali con il maggior numero di iscritti nel 2012 solo uno, quello dei Consulenti del lavoro, è stato presieduto da una donna con un consiglio, però, tutto al maschile. Tra questi il mondo degli architetti non è meno popolato da donne, anzi registra in questi anni un aumento costante d’iscrizioni al femminile senza dimenticare i picchi degli anni Novanta dove ai tavoli degli esami di stato si respirava un clima tutto rosa. Non si capisce allora perché il genere femminile, nonostante la crescita in termini d’iscritti, continui a essere così poco rappresentato nei Consigli provinciali (27%) e in ambito nazionale (6%), con un solo consigliere su 15. Si spera che le 16 presidenti elette nella passata tornata elettorale provinciale siano un segnale positivo, soprattutto in vista delle prossime elezioni.


Al fine del 2012 si contano 61.955 colleghe su 151.312 iscritti totali, numeri da capogiro se pensiamo che vent’anni fa a fatica si contavano in qualche migliaio di unità. A oggi il 41 per cento degli iscritti sono donne, di queste il 10 per cento hanno meno di 31 anni e il 35 per cento un’età compresa tra i 31 e i 40 anni. I dati confermano che il 54 per cento dei giovani professionisti di età inferiore ai 40 anni sono donne.


Possiamo quindi constatare il rapido processo di femminilizzazione della nostra professione che induce ad accurate riflessioni sulle necessità e criticità in continua evoluzione.
Dai dati Cresme si ha conferma di quanto la professione femminile venga penalizzata su più fronti, a partire da quello economico, il gender pay gap (il differenziale salariale tra uomini e donne) è una realtà. Almalaurea, Inarcassa e ancora Cresme allertano il mondo delle professioni tecniche riscontrando una differenza di reddito tra uomini e donne del 75 per cento in favore dei primi. È chiaro che la carenza del servizio di welfare incide negativamente sulla capacità della donna di conciliare il lavoro con la famiglia. Del resto, meno tempo per il lavoro vuol dire meno guadagni.


Non meno di rilievo sono i casi di discriminazione di genere che vede la sfera femminile meno considerata nel mondo professionale, in quanto accusata di minor garanzia di continuità in termini temporali. Per non parlare del nostro settore puramente tecnico e poco abituato alla presenza femminile. Ancora il Cresme, in un’indagine del 2011, evidenzia i risultati di alcuni quesiti posti ai colleghi sul tema delle pari opportunità. Emerge il convincimento di quanto sia più difficile per una donna crearsi un nome sul mercato per colpa di una radicale diffidenza, trovando così ostacoli all’inserimento nel mondo del lavoro. L’indagine continua con l’affermazione d’insoddisfazione professionale della componente femminile intervistata: il 48 per cento ha dichiarato di avere dovuto interrompere la propria attività professionale per un tempo significativo e l’80 per cento di loro ritiene che tale interruzione abbia ritardato o ostacolato la propria carriera. Sviluppare un sistema di welfare che supporti attivamente le famiglie – sia in termini monetari, con assegni o detrazioni fiscali, sia di servizi come asili nido aziendali, periodi di congedo per i padri, potenziamento statale dell'apparato di assistenza agli anziani – garantirebbe pari opportunità per le professioniste rispetto ai colleghi.


Ma la sfida vera è innanzitutto cambiare la cultura e la percezione del ruolo della donna nell’economia e realizzare questo cambiamento senza cadere nel tranello della lotta tra sessi, come è avvenuto in passato. È innanzitutto il rapporto uomo-donna che deve essere ripensato: non competizione ma collaborazione, un equilibrio in cui le diversità vengano valorizzate in modo virtuoso per creare un benessere misurabile non solo in termini monetari.
“Non tutto ciò che conta si può contare, e viceversa”. Un gioco di parole con cui Albert Einstein voleva sottolineare una verità un po' paradossale: il valore a volte non si può quantificare. Valore inteso come importanza, rilevanza, e non appunto come misura quantitativa. Il premier Mario Monti, al contrario, insiste nel dare un valore a questa energia tutta al femminile ricordando in più interventi l’impulso positivo che ne verrebbe al Pil qualora si riuscisse a promuovere una divisione del lavoro di cura tra uomini e donne all'interno di un modello di famiglia più equilibrata di quella attuale.


Una quanto mai necessaria iniezione benefica all'economia globale.


Il ruolo del mondo femminile in architettura è centrale quando si parla di habitat sociale, di qualità dell’abitare, di servizi e necessità comunitarie, temi che richiedono grandi sensibilità tipicamente femminili. Consapevoli che il merito non vede distinzioni di sesso, dobbiamo insieme ripensare alle aspettative fondamentali su dove, come e quando viene svolta l'attività lavorativa. Sviluppare strumenti di flessibilità come il telelavoro, il coworking o il part-time può rappresentare una via d’uscita: incominciare a misurare la produttività sui risultati e non sulle ore in ufficio potrebbe essere un vantaggio per tutti e due i generi, uomini e donne.


È l'exhausted generation, la generazione esausta battezzata dall'Economist, che oggi viene schiacciata da doveri privati che non si possono rimandare. Bisognerebbe immaginare percorsi professionali meno intensivi e più lunghi, anziché una parete verticale da scalare, meglio pensare a una serie di gradini, con soste e persino lievi cadute. Facciamo la professione per migliorare la vita degli altri e non per peggiorare la nostra.


Il testo di Riforma sulle libere professioni di recente approvazione, del resto, non apre spiragli di cambiamento: nessuna misura ad hoc per incentivare il lavoro delle donne. Nonostante ciò si segnalano iniziative che partono direttamente dalle Regioni per il finanziamento, non solo delle nuove aperture di tipiche attività produttive e commerciali, ma anche di libere professioni femminili.


Un buon punto di partenza, a dispetto del principio Ubi maior minor cessat.











Si riapre il bando per l'assegnazione del premio “Urbanistica in rosa” con lo stesso impegno delle due edizioni passate: valorizzare il merito delle giovani laureate in ingegneria edile-architettura, architettura, ingegneria civile e pianificazione e attivare nuove sinergie con le istituzioni pubbliche e private nelle tematiche della sicurezza e della prevenzione.

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